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Lui & Lei

11 Maggio


di ilvostromaggiordomo
20.08.2025    |    629    |    0 8.0
"Lei a quattro zampe sul letto, i seni che ondeggiavano, i miei colpi che la facevano vacillare..."
La stanza da letto era pronta da giorni, come un palcoscenico in attesa della sua protagonista.
Lo specchio con la cornice dorata, inclinato sopra il materasso superking size velato da lenzuola di seta nuovissime, rifletteva i giochi di luce delle lampade di carta di riso, mentre le stampe giapponesi alle pareti sembravano osservare in silenziosa attesa. L’altalena coi suoi lacci pendeva discreta nell’angolo dell’enorme spazio, promessa segreta di piaceri ancora inesplorati.

Bea aveva trentuno anni, dodici in meno di me, eppure il suo corpo sembrava quello di una ragazzina. Non era molto alta, ma di certo era ben fatta: proporzionata, compatta, con quella femminilità che non aveva bisogno di eccessi per farsi notare. I ricci scuri le incorniciavano il volto, esaltando i suoi tratti mediterranei; un viso che alternava una bellezza dolce a lampi di inquietudine.
Il suo sorriso era luminoso, contagioso, capace di sciogliere qualunque tensione, mentre le orecchie appena a sventola le davano un’aria fragile e autentica, come se non avesse mai voluto nascondere la sua imperfezione. Le labbra erano sottili, ma quando si schiudevano sprigionavano una femminilità imprevista, capace di attrarre e spiazzare.
Sempre ben vestita, con una cura naturale che non sembrava mai artefatta, Bea aveva un portamento educato, gentile, elegante. Ma dietro quella compostezza si avvertiva un’anima inquieta, un vuoto che brillava negli occhi marroni e che lasciava intuire il desiderio e la paura di andare oltre, di spingersi e perdersi in territori dove il controllo delle proprie maschere non era più possibile.
Con Bea era stato tutto lento, calibrato. Un corteggiamento di mesi fatto di parole gentili, reel e post stupidi girati su Instagram, risate condivise e sguardi che si trattenevano più a lungo del dovuto. Quando finalmente le sue labbra avevano incontrato le mie, mesi dopo il nostro primo incontro, non avevo avuto il coraggio di correre subito oltre, di provare a prenderla e possederla. La vedevo come una candida dea da venerare, da assaporare con lenta dolcezza, al suo permesso. Credevo — nella mia boomeraggine — che il rispetto e il profondo interesse verso di lei si dimostrassero anche con l’attesa: un simbolo del mio desiderio di conoscerla, prima ancora che di scoparla.
Passarono quindi ancora un po' di giorni...
Quella sera, quando varcò la soglia di casa mia, mi parve fragile eppure fortissima. I suoi ricci incorniciavano un volto acceso; il corpo minuto e tonico, si muoveva con grazia sicura. Si tolse la giacca e si lasciò accogliere dal tepore dell’ambiente. I miei due gatti le corsero incontro e Bea, piegandosi, li accarezzò e rise: la sua voce riempì subito la stanza come una melodia familiare. Mentre si accomodava sul divano le portai un bicchiere d’acqua che prese con naturalezza, sorseggiandolo piano, mentre i suoi occhi brillavano di quella luce maliziosa che non sapeva mascherare.
Mi sedetti accanto a lei. Le mie dita iniziarono a cercare le sue ginocchia, poi a scivolare lungo le cosce, fino a stringerla per la vita. Non opponeva resistenza: anzi, si lasciava guidare in quell’intimità tanto impetuosa, con un sorriso che mescolava timidezza e attesa.
Il primo bacio arrivò lì, tra i gatti che ci giravano intorno. Lento, bagnato, carico di promesse. La sua pelle profumava di fresco e il suo corpo minuto si lasciava esplorare da mani forti e curiose.
Con gesti sempre più naturali, iniziai a sfiorarle i fianchi, a sbottonarle la camicetta. Le mie dita tremavano leggermente mentre scoprivano la pelle calda sotto il tessuto. Lei rise piano, quasi divertita dal mio impaccio, e senza dire nulla si lasciò sfilare i pantaloni, restando in intimo davanti a me.
“Ora mi lasci appoggiare il bicchiere, per piacere?” mi disse facendo finta di essere arrabbiata.
La guardai sorridendo: minuta, compatta, eppure capace di emanare una forza magnetica che mi disarmava. La baciai di nuovo, più a lungo, e quando la sollevai tra le braccia per portarla in camera da letto, non oppose alcuna resistenza.
I miei muscoli si tendevano d’istinto mentre la stringevo, e lo specchio sopra il letto restituiva l’immagine di un abbraccio che sembrava infinito. Mi guardava con quella timidezza che nasconde la sicurezza: la consapevolezza che l’attesa di mesi si sarebbe sciolta in quella notte.
Ci fu un bacio lungo, umido, quasi goffo per quanto carico di desiderio represso. Le sue mani piccole esploravano i miei muscoli, indugiando sul petto e sulle spalle come a verificarne la consistenza. Io la sollevai di slancio, sentendo quanto fosse leggera e compatta, e la adagiai sul letto. Il riflesso nello specchio ci restituiva una danza di ombre. Lei sorrise, come imbarazzata di vedersi esposta, eppure bella.
La mia nerchia era dura, bagnata, pulsante; sentivo la pelle tendersi fino a bruciare.
Le sue cosce si aprirono come un fiore all’alba e io, inginocchiato tra i suoi fianchi, ne bevevo l’essenza come fosse ambrosia. La mia lingua la attraversava in profondità, entrando e ritraendosi come una marea che conosce la via del ritorno. Con la mano sinistra le aprivo i glutei, con la destra la guidavo dentro un ritmo segreto, le dita che si insinuavano a cercare il suo secondo respiro. Lei gemeva, arcuando la schiena: il suo corpo da ragazzina vibrava come una corda tesa. Si stava bagnando sempre più, ed io con lei. Dal mio glande pendevano filamenti trasparenti di piacere.
Sollevai il volto, trasformando la vorace leccata in baci famelici che, uno dopo l’altro, tracciavano una strada sul suo corpo: monte, ventre, capezzoli, collo, fino alla sua bocca. La volevo. Tanto.
Fare l’amore con lei fu poesia.
Ogni respiro, ogni fremito, era un dono che mi faceva sentire vivo, come se in quell’atto ci fosse il riscatto di tutti i miei tentativi precedenti di amare. Per me era l’ultima prova, l’ultima speranza di sentirmi accolto senza difese.
Come un moderno Lancillotto infilai la mia lancia tesa e vibrante con dolcezza, rispetto, paura e amore.
Ci avevo girato attorno per tanto tempo, incerto su come prenderla, con la paura di rovinare tutto. In quel momento, invece, Bea era lì: cosce giovani e aperte, sotto il mio corpo di uomo che la penetrava con calma e decisione. Entravo in lei, ero parte di lei e di qualcosa che diventava noi. La mia cappella percorreva con gusto quelle umide carni, seguendo il ritmo naturale del suo respiro. Risalivo piano, fino in fondo, fino all’urto della prua contro lo stretto di falloppio.
Ora stop. Fermo. Fermati. Sei dentro di lei.
Assapora il momento presente. Goditelo.
Fermo. Inturgidiscilo, gonfialo fino a farlo scoppiare dentro di lei. Irrigidisci i muscoli del sedere ma fermo coi fianchi. Inturgidiscilo ancora, fallo pulsare tra le sue carni.
Baciala. Palpala. Tutta quanta. Con desiderio. Baci appassionati, braccia che stringono, mano nei capelli a voler rimanere intrecciati e morirci! in quella rete di riccioli.
E poi ricomincia a muovere i fianchi. Ritirati per darle spazio. Esci piano, senza far rumore. Falle assaporare quella violazione di domicilio.
Le piegai le gambe al petto, il bacino offerto come nel più antico dei rituali. La penetrai a piena asta, fermandomi più volte a godere di quella sensazione di completezza assoluta, per poi ricominciare con la calma di chi sa di avere il potere di dare e togliere piacere. Lei urlava il mio nome, ed io ero il suo sacerdote, il suo amante, il suo schiavo. La stringevo più forte, avvolto dai suoi riccioli che odoravano di passione.
Con un movimento fluido la presi sopra di me. I suoi capelli ondeggiavano a ogni discesa, e lo specchio ci mostrava l’oscillazione del suo bacino: avanti e indietro per strofinarsi, poi giù fino in fondo per sentirmi tutto. Le sue mani piantate sul mio petto, e il suo gemito che cresceva ogni volta che lo scontro dei nostri ventri produceva quell’urto umido e primitivo. Sollevavo la schiena per correre dai suoi piccoli capezzoli e ciucciarli, leccarli, mordicchiarli, succube di quella visione divina.
Quando la presi da dietro, la stanza intera si riempì di forza. Lei a quattro zampe sul letto, i seni che ondeggiavano, i miei colpi che la facevano vacillare. Lo specchio restituiva i nostri corpi fusi: le mie mani salde sui suoi fianchi, il suo corpo minuto che mi accoglieva senza resistenza. Era l’animalità che si univa alla devozione. I suoi movimenti erano naturali e sinceri: un’onda che veniva incontro alla mia forza. Le sue cavità si lasciavano esplorare con fluidità, e ogni contatto era una scossa che ci univa più in profondità.
I suoi fremiti erano un invito a continuare, a spingerci oltre. La mia verga non le concedeva fuga: voleva affondare nella sua umida intimità fino a perdersi. Le mie mani correvano lungo la sua schiena e i suoi fianchi tesi; il suo corpo piccolo e armonioso si piegava e si tendeva, docile e selvaggio insieme. La vedevo nello specchio: i ricci che saltavano, gli occhi languidi, la bocca socchiusa da cui uscivano sospiri rotti. Era come osservare un rito di passione, in cui ogni gesto era verità pura.
Lei si abbandonò un’ultima volta all’orgasmo, lasciandosi attraversare da onde che la sollevavano e la facevano vibrare. Io mi sentii finalmente parte di un amore totale, atteso da tempo, costruito con cura. Era come se quella notte fosse il sigillo di mesi di dolcezza e pazienza.
Tirai fuori la mia verga dal suo carnoso abbraccio poco prima di esploderle addosso, sopra quel seno piccolo e perfetto, sopra quel ventre giovane e pulsante. La mia mano, fradicia dei miei ed i suoi umori, lasciava infine quell'asta di carne sbattuta e pulsante a meritato riposo, credendo di averla raggiunta nella stessa poesia che avevamo intrecciato insieme.

Ma la magia si ruppe:
«Che schifo, stai lontano con quella roba.»
Il suo volto cambiò all’improvviso vedendosi schizzata di sperma; una smorfia infantile, un gesto di fastidio, mi spinse via.
Le parole caddero come pietre in una stanza che, un attimo prima, era stata tempio e rifugio.
Lo specchio sopra il letto rifletteva non più due amanti intrecciati, ma due corpi caldi e già distanti. Io rimasi in silenzio, sentendo che tutta la delicatezza dei mesi passati, ogni gesto di attesa e di rispetto, si era infranta in quell’attimo.
Era stata una bella scopata. Ma l’amore che avevo sperato era già sepolto lì.


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